La partita doppia di Vucinic

04/03/2011 09:55

IL ROMANISTA (C. ZUCCHELLI) - 
Duecentoquarantasei presenze tra serie A e B, sempre vestito di giallorosso. Prima quello del Lecce, poi quello della Roma. La partita di stasera per Mirko Vucinic è di quelle speciali.

Non fosse altro per tutti quegli amici (e parenti acquisiti) che saranno allo stadio a vederlo. A tifare per il Lecce, senza dubbio. E poi anche un po’ per lui, che tra i palazzi barocchi e il mare del Salento, ha trovato l’amore ed è diventato grande. Come calciatore - a Lecce ancora brindano per gli oltre 20 milioni sborsati dalla Roma per il suo cartellino - e come uomo, tanto da trovare la compagna della vita, Stefania, che il primo novembre gli ha regalato Aleksandar, l’amore più grande. Era con loro, alcune settimane fa, quando qualche tifoso, o presunto tale, l’ha offeso insultandolo per le sue origini balcaniche. Lui non ha replicato, ma l’episodio l’ha comunque colpito. E tanto. Facendogli venire ancora più dubbi sul suo futuro. A dicembre aveva chiesto di essere ceduto: sia la dottoressa Sensi, sia Montali l’hanno trattenuto, spiegandogli che, in una stagione (allora) ancora tutta da scrivere, il suo talento e i suoi gol erano necessari. Vucinic ha capito e non ha insistito. Non è stato però decisivo come ci si aspettava. Deve tornare a farlo.

Da stasera. Per tanti motivi: perché a Lecce lo amano da sempre, perché a Roma sperano di farlo per sempre. Perché lì non lo insulteranno, perché qui non aspettano altro che tornare ad amarlo. D’altronde, se non questa, non c’è nessun altra partita in cui Mirko Vucinic può tirare fuori tutto l’amore del mondo. Basta rileggere le parole del suo ex direttore sportivo, Guido Angelozzi, datate 14 luglio 2006: «Mirko ha perso la testa, vuole solo la Roma, non fa che ripetermi: "O vado lì o da nessuna parte”. S’è innamorato». Appunto. S’è innamorato ben prima di venirci a giocare qui, tanto che quando giocava alla play station nel pensionato del Salento si comprava sempre : « con me gioca», diceva agli amici. E insieme vincevano. Alla consolle erano imbattibili. In campo, meno. Hanno giocato insieme centinaia di volte, hanno alzato coppe, partite memorabili, si sono divertiti, qualche volta uno ha pure mandato l’altro a quel paese. Ma il grande trionfo no. Non è mai arrivato. E pensare che a Catania (2008) e a Verona (2010) Mirko ci aveva provato a prenderlo, quel trionfo. Per lui e per la Roma. Lui è così. È l’uomo dei grandi appuntamenti. Quello delle notti magiche, delle corse che non ti aspetti, delle esultanze di rabbia e baci. Come quella volta che, col Lecce, si fece tutto il campo dopo un gol per andare a baciare Sicignano in bocca perché così facevano Maradona e Caniggia. O come quella volta che esordì in A: giocava col Lecce, contro c’era la Roma. Destino. «E infatti - raccontò appena arrivato nella Capitale - durante la partita quasi guardavo più gli spalti che il campo. Mi innamorai all’istante». E visto che certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano, stasera Mirko deve di nuovo innamorarsi della Roma. E far innamorare i romanisti. Basta poco. Basta un gol. In fondo, a Lecce capirebbero.