Da Scampia alla Nazionale, l’autogol di Armando: “A disposizione dei boss”

24/05/2016 16:33

LA REPUBBLICA - «È un’emozione unica, mi ritrovo qui dopo tanto sudore», aveva detto Armando Izzo ai cronisti che lo avevano intervistatato a Coverciano. Da Scampia alla Nazionale: sembrava una favola, quella del talentuoso calciatore napoletano. Ma dopo aver sognato la maglia azzurra, Izzo deve fare i conti con l’incubo di Gomorra. Le rivelazioni del pentito Antonio Accurso lo dipingono come un atleta «a disposizione» della camorra per truccare partite. Frasi che proiettano un’ombra su uno dei più promettenti difensori italiani, 24 anni, da tutti considerato un professionista serio, oltre che un atleta di livello, destinato ad un grande futuro.

Orfano di padre, Armando tira i primi calci nell’Arci Scampia. Lo sport lo tiene lontano dalle insidie del quartiere dove un parente per parte di madre, Salvatore Petriccione, è un nome di spicco del clan della Vinella Grassi. Eppure, all’età di 14 anni, Izzo pensa di lasciare il calcio. Anche questo episodio viene ricostruito dal pentito: «Non voleva più giocare e voleva affiliarsi con noi, ma ritenemmo importante per lui che giocasse a pallone», sostiene Accurso. Un altro collaboratore di giustizia, Mario Pacciarelli, aggiunge che lo zio del giovane, Salvatore Petriccione «fece giungere un’ambasciata dal carcere, dicendo che Armando aveva un talento come giocatore di calcio e doveva seguire questa vocazione».

Izzo segue la trafila nelle giovanili del e, nel 2010, va in ritiro con la prima squadra. Non ha neppure i soldi per pagarsi le scarpette da ginnastica, gliele regala l’allenatore Mazzarri. Il capitano Paolo Cannavaro organizza una colletta nello spogliatoio quando nasce la prima figlia. Ma Armando è in gamba e brucia le tappe: prima la Triestina, poi l’Avellino in B, quindi la serie A con il . «Già quando giocava nella Triestina ci fu un abbozzo di combine», afferma Accurso. Allora Izzo era un ragazzino e non se ne fece nulla. Ma quando torna nel quartiere, incontra spesso Accurso. «Ogni volta — dice il pentito — gli lanciavo la proposta di vedere se potevamo combinare qualcosa, anche se non gli mettevo pressione ». Ciò nonostante, aggiunge il collaboratore, «io e mio fratello, per fargli capire che eravamo disponibili, gli regalammo un orologio Rolex». Secondo il pentito, Izzo aveva sempre schivato quelle «pressioni gentili» spiegando «di non avere peso nello spogliatoio dell’Avellino». Questo almeno fino alla primavera del 2014, quando si sarebbe verificato il contatto sfociato nella presunta combine. Contro il Modena, Izzo non giocò perché infortunato e la frode ipotizzata per questa partita non gli viene contestata dai pm per mancanza di riscontri. Secondo Accurso, però, dopo la gara ci fu la spartizione dei soldi. Il pentito sostiene di aver saputo proprio da Izzo che, dei 30 mila euro a disposizione dal clan, 6 mila andarono a Izzo. Il difensore però si sarebbe lamentato: «Disse che la prossima volta avremmo dovuto dare a lui la quota che gli spettava».

In serata, arriva la replica di Izzo: «Sono un calciatore e non ho mai neanche pensato di truccare una partita. Voglio solo precisare che nelle due partite di cui parlano ero infortunato e non ho giocato. Ho piena fiducia nella magistratura e sono sicuro di riuscire a chiarire la mia posizione»