RIONE MONTI e BERNARDINI

08/01/2009 21:30

Nel XX secolo, gli sventramenti fascisti contribuirono a cambiare drasticamente la fisionomia del rione. Tra il 1924 ed il 1936 una fetta consistente del rione venne distrutta per costruire via dell’Impero e per portare alla luce i resti dei fori imperiali.

Fu proprio in questo periodo che mosse i primi passi da calciatore professionista. Nato in un rione che prendeva volutamente le distanze dal resto della Capitale,
Fuffo non poteva che essere un romanista atipico, a tal punto da tirare i primi calci al pallone con la casacca della Lazio. Cresciuto nelle giovanili biancocelesti, debuttò in prima squadra nell’ottobre del 1919 rivestendo il ruolo di . Due anni dopo avvenne la metamorfosi da incassatore a mattatore e il Professore si scopre di colpo attaccante. Sulla genesi della trasformazione le voci sono discordanti: c’è chi sostiene che ad allontanare Bernardini dai pali siano state le quattro sberle subite nella sfida col Naples e chi, invece, giura e spergiura che a fargli togliere i guanti sia stato un duro scontro di gioco in un match contro la Fortitudo. Fatto sta che Fulvio si scopre dapprima attaccante e poi centrocampista, raggiungendo con gli aquilotti la finale scudetto persa contro il .

Le indiscusse doti tecniche lo portarono ad esordire nella nazionale italiana nel 1925, diventando il primo giocatore centromeridionale a vestire la maglia azzurra. Al Nord il talento di Bernardini non passò inosservato: nel 1926 il calciatore si trasferì all’Inter e vi rimase due anni, scoprendo una vena realizzatrice invidiabile, andando a segno con una frequenza vicina al gol ogni due partite.

Nel 1928, tuttavia, Fuffo riprende la via di Roma, sponda giallorossa. La posizione in campo varia di nuovo e Bernardini diventa centromediano: “poi c'è quer torello de Bodini; cor gran Furvio Bernardini, che dà scòla all'argentini” recitava la canzone di Testaccio. E proprio nel glorioso impianto di via Zabaglia, Bernardini comincia a costruirsi una carriera leggendaria dentro e fuori dal campo. Undici anni con la casacca giallorossa, fascia da capitano al braccio per specifica volontà di Ferraris Iv insieme al quale costituiva una coppia fatta di muscoli e grinta, il Dottore divenne il simbolo della Roma testaccina. Cuore e polmoni, coadiuvati da un gran tocco di palla e da un sinistro micidiale, hanno deliziato la platea giallorossa per tutti gli anni ’30. Pur senza raccogliere alcun successo degno di nota, Bernardini ha collezionato 286 gettoni di presenza siglando 45 reti con la maglia della Roma. Pochi mesi dopo il suo addio al calcio, la Roma traslocò dallo stadio di Testaccio.

Una volta appese le scarpette al chiodo tornò, nel 1950, alla Roma nelle vesti di allenatore venendo bruscamente esonerato dopo poche giornate. Fu solo l’inizio di una seconda, brillante, carriera che lo portò a vincere lo scudetto alla guida della e del e la Coppa Italia con la Lazio. Dal 1974 al 1977 è stato
della Nazionale italiana ed ha ricoperto, inoltre, il ruolo di direttore sportivo (Brescia) e (Sampdoria). A lui è intitolato il centro sportivo di Trigoria nel quale quotidianamente si allena la Roma.